Torino. Day of action contro i CIE
Giornata internazionale contro i centri di detenzione per immigrati.
Iniziative a Parma, Bologna, Pordenone, Milano, Trapani, Torino…
A Torino spazio antirazzista dalle alle 10 al Balon, in via Andreis angolo via Borgodora. (in caso di pioggia battente l’appuntamento è spostato alle 15 in via Po 16)
Per info e contatti:
noracism@inventati.org

14 novembre. Day of action contro i CIE
14 novembre
Day of action - Giornata internazionale contro i centri di detenzione per immigrati e il “Pacchetto Sicurezza”
Un’Europa di muri e di gabbie. Muri per fermare profughi e migranti, gabbie per rinchiuderli.
L’ultimo
anno è stato terribile. Alle frontiere d’Europa si combatte ogni
giorno. E, ogni giorno, qualcuno muore. Nelle intercapedini dei Tir,
nelle gallerie ferroviarie e nei mari, dove le onde sono più pietose di
militari e trafficanti d’uomini.
Il
meccanismo è semplice e atroce. In ultima analisi lo stesso dei
nazisti. La selezione avviene nei paesi d’origine: solo i più giovani,
i più forti, quelli in grado di attraversare il deserto, lavorare come
bestie per pagare il viaggio, reggere la traversata, arrivano. Poi ci
penserà il mercato a scegliere quelli più flessibili, utili,
obbedienti, adattabili.
In
Italia chi non ha un contratto di lavoro non ha il diritto a risiedere
legalmente nel nostro paese. Il lavoro che “rende liberi” ricatta la
vita dei lavoratori immigrati, obbligandoli a chinare la testa. Chi ha
le “carte” teme di perderle, chi non le ha rischia ogni giorno
l’espulsione. Così cantieri, fabbriche, campi, case si sono riempiti di
gente di ogni dove che lavora come in Europa non si lavorava più: sono
i braccianti schiavi, gli operai senza tutele, i badanti senza orario…
E
per quelli che non possono o non vogliono stare alle regole, o,
semplicemente “sono di troppo” ecco la galera amministrativa e poi la
deportazione. Un meccanismo ben oliato, che si regge e alimenta con le
continue campagne xenofobe, che attraversano ogni angolo d’Europa.
Leggi
razziste sono state emanate dai paesi ricchi per fermare, imbrigliare,
tenere sotto ricatto i poveri in fuga dalla miseria, dalla fame, dalle
persecuzioni, dalle guerre.
L’Italia, confine sud della fortezza europea, è ormai da lunghi anni in prima fila.
Il
cammino di chi non ha speranza non può essere arrestato. I governi lo
sanno bene ma preferiscono parlare di “emergenza”. La logica
dell’“emergenza” è quella che ha motivato gli interventi armati in
Somalia, Kosovo, Iraq, Afganistan. L’“emergenza” giustifica tutto: le
bombe sui civili e la tortura, l’occupazione militare e la legge
marziale.
Gli ambiti di legittimità si spostano ogni giorno di più in barba agli stessi accordi internazionali.
Con
il “pacchetto sicurezza”, approvato dal parlamento italiano il 2 luglio
di quest’anno, è stato fatto un altro passo verso un diritto diseguale,
in cui non conta quello che fai, ma quello che sei. È il presupposto di
ogni legge razzista. È il presupposto di ogni stato di polizia. Nel
mirino i migranti, i poveri, i senza casa e chiunque si opponga
all’ingiustizia e alla discriminazione.
Militari
per le strade, retate sugli autobus, controlli asfissianti e brutali
fanno parte della nostra vita quotidiana. Sono diventati terribilmente
“normali”. La normalità del male. Gli autobus galere messi in campo a
Milano per il controllo degli immigrati sono durati poco. Forse erano
troppo anche per stomaci forti. Il Comune meneghino ha tuttavia voluto
sottolineare che “con sommo dispiacere siamo costretti a farne a meno”…
ma ci riproveranno.
La nuova legge ha prolungato a sei mesi la detenzione amministrativa nei CIE – Centri di Identificazione ed Espulsione.
I
Centri per i “senza carte” sono l’emblema tragico di una società
spezzata, dove lo scontro sociale ha ceduto il posto alla guerra tra
poveri.
La
storia dei Centri, in Italia come nel resto d’Europa, è la storia di
uomini e donne che hanno negli occhi il deserto, le galere libiche, il
mare, i pescherecci che passano senza fermarsi, i militari che vanno a
caccia di uomini.
La vita, la voglia di libertà, la resistenza e la lotta di migliaia di uomini e donne sono passate da queste galere per poveri.
Negli
ultimi mesi nei CIE di tutt’Italia la protesta è dilagata. L’estensione
a sei mesi del periodo di trattenimento nei Centri ha fatto da
detonatore. Dai primi di agosto il ritmo è stato pressoché quotidiano.
Settimana
dopo settimana rivolte, incendi, tentativi di fuga, scioperi della
fame, gente che si fa tagli profondi a braccia e gambe, suppellettili e
materassi distrutti. Poi, puntuale, la repressione: pestaggi, arresti,
sputi, insulti. Quelli che con più forza hanno lottato per la propria
dignità e libertà sono finiti sotto processo o hanno guadagnato
un’espulsione rapida.
Dai centri in tante notti si levano urla. Urla di rabbia e di dolore. Urla nel silenzio. I media tacciono o mentono.
È tempo di rompere il silenzio.
Debole,
debole, il lessico della solidarietà e della lotta comincia a
tracciare, sui muri e nelle coscienze, un solco lieve, ma visibile.
Gli antirazzisti stanno intessendo reti solidali, per amplificare la voce di chi è messo a tacere, per sostenere le lotte. Per distruggere muri e gabbie. Muri che rinchiudono uomini e donne venuti da noi per cercare un’opportunità di vita.
Viviamo
tempi grami, tempi feroci e folli, tempi di guerra. La guerra contro i
poveri e gli immigrati, la guerra contro chiunque si opponga alla
barbarie.
Piovono pietre e nessuno può stare al riparo in attesa di tempi migliori: mettersi in mezzo è un’urgenza ineludibile.
Se non ora, quando? Se non io, chi per me?
Il 14 novembre ci sarà un Day of action contro i centri di detenzione per immigrati.
La giornata è stata promossa dall’IFA – l’Internazionale di Federazioni Anarchiche.
Facciamo appello perché quel giorno - in ogni città - si svolgano iniziative contro i CIE e il pacchetto sicurezza.
Federazione Anarchica Italiana – Commissione Antirazzista

