presentazione dell’opuscolo La rivolta in Iran
Interviene Stefano Capello
Ore 21 in corso Palermo 46
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Federazione Anarchica Torinese – FAI
Corso Palermo 46
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La
rivolta in Iran, scoppiata in seguito alla probabile truffa elettorale
ordita dal presidente confermato Amadhijnejad, è con ogni evidenza un
momento alto e reso visibile dai media occidentali di uno scontro
sociale in atto da anni all'interno del “Paese degli Ari”. A tale
scontro si sono saldate le contraddizioni interne al blocco di potere
che gestisce il paese a partire dalla controrivoluzione islamica del
1979 che distrusse uno straordinario processo di mobilitazione sociale
che aveva abbattuto il regime dello Shah reza Pahlevi.
L'Iran,
a differenza da quello che ci viene raccontato quotidianamente dai
media, è un paese con industria ed infrastrutture moderne, che da
decenni vede la presenza di organizzazioni sociali e sindacali capaci
di sfidare i regimi autoritari ed oppressivi che si sono succeduti,
prima nel nome della tradizione e dello schieramento con l'Occidente,
poi con il ritorno all'Islam e il presunto antimperialismo dei gestori
della repubblica islamica.
La
struttura economica iraniana è conformata ad un capitalismo di stato
gestito per lo più dalle confraternite misericordiose saldamente
insediate al potere, cui rispondono direttamente i due corpi d'élite
che hanno guidato la repressione nel paese: i pasdaran della
rivoluzione e i basij, provenienti dalle fila dei ragazzini (a volte si
trattava di bambini di otto-nove anni) utilizzati durante la guerra
Iran-Iraq per le incursioni al fronte attraverso i campi minati.
La
struttura sociale del paese è meno arretrata di quanto si pensi; esiste
una diffusa working class concentrata nei settori petrolifero e
meccanico, ed esiste una borghesia imprenditoriale di piccola e media
impresa che opera non solo nel commercio ma nella produzione di beni di
consumo. Le campagne soffrono invece di un'arretratezza dovuta alla
mancata riforma agraria del 1979 e dalla repressione dei moti contadino
del 1980-81. La concentrazione delle terre ha permesso, comunque, la
formazione di una borghesia agraria fedelissima della teocrazia che
oggi preme sul presidente confermato per ottenere una parziale
privatizzazione del settore manifatturiero pubblico. Allo stesso modo
il bazar, la borghesia commerciale diffusa soprattutto a Teheran ha
aperto negli scorsi anni un contenzioso con il potere centrale per
ottenere l'allargamento del proprio spazio economico. Amadhijnejad si è
in realtà espresso a favore di queste istanze preparando la strada alla
partecipazione della borghesia agraria e commerciale all'attività
produttiva del paese, fermo restando il controllo di questa nelle mani
dello stato e delle confraternite, allo scopo di permettere al bazar di
fare profitti senza perdere importanti fattori di liquidità e di
consenso. Ci risulta, inoltre, che sia in corso un processo di
costruzione di una borghesia di stato che utilizza il proprio ruolo
all'interno della macchina economica per migliorare le posizioni
personali sia dal punto di vista del guadagno che da quello
dell'influenza sugli assetti di potere.
La
presidenza Amadhjinejad è stata un momento importante in questo
processo, dal momento che l'attuale presidente ha rotto gli equilibri
interni al potere teocratico, rafforzando l'autorità della borghesia di
stato e minando alla base l'autorità del gruppo dirigente clericale
proveniente dalla “Rivoluzione”.
Lo
scontro in atto con Rafsanjani, ex pupillo dell'ayatollah Khomeini ed
ex Presidente della Repubblica tra il 1988 e il 1997, è sintomatico di
quello che sta avvenendo all'interno delle stanze del potere: da un
lato l'uomo della continuità, deciso a giocare il tutto per tutto nel
tentativo di conservare pienamente il potere per la casta sacerdotale,
dall'altra il carismatico “uomo nuovo”, laico e non clericale, mistico
e non ortodosso, deciso ad utilizzare l'appoggio della Guida Suprema,
l'ayatollah Khamenei - vecchio rivale di Rafsanjani - per trasformare
l'Iran in uno stato assolutista dove il potere sia concentrato nelle
sue mani e in una cerchia limitata di fedeli. In questo modo
limiterebbe il potere dei religiosi nel nome, sia ben chiaro, della
religione.
Questo
apparente paradosso spiega bene perché i settori più clericali del
potere iraniano abbiano appoggiato l'insurrezione quasi fino al punto
di non ritorno. Le stesse parole del principale candidato sconfitto,
Mir Hossein Mousavi (appartenente alla casta clericale) sono state fino
alla definitiva sconfitta, rivolte alla necessità del martirio”, regola
scolpita nella versione sciita della religione islamica. A Qom,
principale città santa sciita, luogo di elaborazione della khomeinista
“supremazia dei religiosi”, principio guida della Repubblica islamica,
la classe sacertodale si è pronunciata contro Amadhjinejad, pubblicando
una lettera aperta in cui dichiravano i risultati del voto “nulli, non
avvenuti”. Da Qom, ed è figlio di un Ayatollah, viene Larjiani,
presidente del Parlamento e figura di oppositore acerrimo di
Amadhjinejad; sempre a Qom Rafsanjani ha tentato di mettere in piedi
una maggioranza di ayatollah che destituisse la guida suprema Khamenei
e dichiarasse nulle le elezioni. Come è evidente non ci è riuscito, ma
voci ben informate parlano di una minoranza di 40 religiosi su 86
componenti il Consiglio degli esperti favorevoli a tale iniziativa.
Ricordiamo che la Repubblica islamica è guidata da un Presidente
sottoposto ai pareri della Guida Suprema, ma che la Guida può essere
destituita dal Consiglio degli esperti che peraltro la nomina. In
pratica un complicato meccanismo che permette una certa quota di
espressione popolare, sottoposta all'approvazione della casta
clericale. In altre parole gli Ayatollah si sono dati la garanzia che
nessuno potesse mettere in discussione l'islamicità del regime.
Amadhjinejad,
in questo contesto, ha compiuto quello che possiamo definire un colpo
di stato modernista con il duplice obiettivo di impedire qualsiasi
espressione di dissenso interno, e di mettere nell'angolo la casta
clericale della generazione della rivoluzione.
Il
vero segno del cambiamento imposto al paese dall'attuale Presidente è
l'intronizzazione dell'élite nata con la guerra Iran-Iraq. Amadhjinejad
era uno degli istruttori delle milizie Basji, nate appunto nel corso di
quella guerra; il Presidente basa il suo potere sul controllo di questa
milizia e su quella dei Pasdaran, i Guardiani della rivoluzione che
dipendono da lui e da Khamenei. Queste milizie rimandano ad un potere
militarizzato che non può più contare sul sostegno del clero come
copertura “ideale” della propria azione.
Un
potere militarizzato che si rivolge al nazionalismo ed al millenarismo
come proprie giustificazioni. La propaganda sull'atomica, in questo
quadro è lo specchio delle difficoltà di un regime che ha basato il suo
consenso sugli alti corsi del prezzo del petrolio, ma che non riesce ad
uscire dai colli di bottiglia tipici di un capitalismo di stato. La
sfida all'occidente e un presunto antimperialismo che ha sedotto gli
orfani di Stalin, Mao e del nazionalismo terzomondista in salsa
terzainternazionalista, è la disperata risorsa di un golpista bisognoso
di appoggio in un paese scosso dalle tensioni sociali. Quello di
Amadhjinejad è un potere militarizzato, più simile a quello dei
militari islamici pakistani che a quello esercitato da Khomeini dopo la
controrivoluzione del 1979-80. Nello schema del secondo il clero
deteneva il monopolio della verità e si arrogava il diritto di
giudicare l'azione degli eletti, in quello del primo sono il
Presidente, le sue milizie e i responsabili militari a detenere un
potere assoluto non dissimile da quello di un dittatore dell'Europa
novecentesca.
La
particolarità iraniana, però, è quella del millenarismo religioso nel
nome del quale si compie questa trasformazione: nella religione sciita,
che è religione del martirio, la figura centrale è il dodicesimo imam,
l'imam nascosto che tornerà alla fine dei tempi per guidare la riscossa
dei puri contro la falsa religione, ossia la corrente maggioritaria
sunnita dell'islamismo. La religione islamica è una religione
fortemente politica e la figura dell'imam nascosto, il Mahdi, è la
figura di un leader politico capace di guidare le masse alla vittoria
finale del bene. In questo quadro la mediazione del clero scompare dal
campo religioso e appare solitaria la figura del leader carismatico in
diretto contatto con dio e capace di portare il suo popolo allo scontro
finale. In particolare in Iran si è particolarmente distinta nella
riflessione sull'Apocalisse mahdista la scuola Hakkani, diretta
dall'ayatollah Yazdi, sostenitore convinto della prossima apertura
dell'era dell'ultimo Imam. Tale era si dovrebbe riaprire con il ritorno
del Mahdi in un contesto di rafforzamento del male e della necessità
dei puri di utilizzare i mezzi del male per combatterlo. Amadhjinejad
appartiene a questa scuola e, il giorno dell'insediamento ha invocato
sulla sua presidenza la protezione del dodicesimo imam, fatto del tutto
irrituale.
Un
potere assoluto, basato sul nazionalismo e sul messianesimo è dunque
quello che si è affermato in Iran; chi continua a parlare di teocrazia
sta perdendo i contatti con la realtà. Inoltre a questo quadro bisogna
aggiungere l'aspetto diciamo così “peronista” della politica di
Amadhjinejad, capace di utilizzare i proventi petroliferi non solo per
rafforzare le capacità militari, ma anche per sovvenzionare un diffuso
sottoproletariato nelle immense periferie delle principali città e
nelle campagne. Aumento dei sussidi di disoccupazione e delle pensioni
minime, sovvenzioni all'acquisto dei generi di prima necessità e
diffusione della sanità pubblica sono le misure che hanno fatto gridare
una sinistra ormai preda assoluta del nazionalismo antiamericano ad un
presunto “socialismo” del Presidente iraniano. Nella realtà non c'è
nulla di nuovo nella politica di Amadhjinejad che utilizza i proventi
del petrolio per acquistare consenso tra i diseredati e per utilizzarli
come massa di manovra contro un ceto medio di laureati costretti al
sotto impiego e contro una working class cui scioperi e sindacati
rimangono strettamente vietati. In fondo negli anni Quaranta il
dittatore argentino Peron fece la stessa cosa, utilizzando i
descamicados contro una working class combattiva in cui era forte
l'influsso del sindacalismo libertario.
Nelle
manifestazioni di Teheran, però, non si è visto solo l'ambito di uno
scontro di potere, ma anche quello di una vera e propria insurrezione
sociale della quale sono stati protagonisti un ceto medio di alto
livello culturale e occidentalizzato nei costumi, e una working class
la cui combattività non è mai venuta meno. Il giorno successivo alla
proclamazione dei risultati e i due giorni successivi sono state
giornate di sciopero generale proclamato dalle centrali sindacali
clandestine. Il tutto in un paese dove l'ultimo sciopero di massa,
quello dei trasporti pubblici a Teheran nel 2005 è costato il
licenziamento a centinaia di autisti e la forca ai presunti leader.
Gli
impiegati dei trasporti pubblici, gli operai del petrolio e quelli
manifatturieri, per quanto sottoposti a controllo e repressione tra i
più severi nel mondo continuano ad essere una spina del fianco del
regime. Lo sono per quello in costruzione di Amadhjinejad, così come lo
sono stati per quello degli ayatollah, così come lo furono per lo Shah.
La
working class e il ceto medio sono i settori di classe che maggiormente
pagano il costo delle politiche militariste e nazionaliste del
Presidente così come di quelle di sussidio alla massa di manovra dei
sottoproletari delle periferie cittadine. A questo si aggiunga la
sempre più diffusa insofferenza in queste classi per il controllo
asfissiante sulla vita privata dei singoli da parte dei Guardiani del
Buoncostume. L'Iran è tuttora un paese dove una risata per strada tra
due amiche può costare se non l'arresto un pomeriggio in commissariato
e la schedatura. Schedatura che impedisce l'accesso alle libere
professioni e agli impeghi statali. In questi anni il regime ha
accettato una certa libertà di comportamento diradando le incursioni
nelle case private e i fermi di auto sospette con componenti dei due
sessi a bordo; lo ha fatto sperando così di allontanare la gioventù
occidentalizzante e con alta formazione dalla politica. L'improvvisa
messa in moto di questa generazione e la sua scesa in campo avrà come
immediata conseguenza una recrudescenza del controllo della vita
personale anche nei quartieri del ceto medio, cos' come la rivolta del
2002 nelle università aveva riportato i Pasdaran a effettuare i loro
controlli direttamente dentro le facoltà. Le crescenti difficoltà
economiche del regime non potranno che acuire la repressione su quei
settori sociali che sono, per le aspirazioni di vita, in evidente
contrasto con la svolta millenaristico-miltare del regime.
Per
quanto riguarda i rapporti con l'estero, è evidente che l'occidente si
è astenuto da qualsiasi interferenza nei fatti di Teheran; al di là di
tardive condanne e di inviti a limitare la repressione, nessuna
pressione vera e propria è stata messa in campo da americani ed
europei. Lo stesso sequestro di otto impiegati iraniani dell'ambasciata
britannica è parso più un modo di sollevare un'ondata di orgoglio
nazionalistico da parte del regime più che una rappresaglia contro
inesistenti finanziamenti all'opposizione. Opposizione, oltretutto, i
cui leader discendono direttamente dall'élite politica che concepì ed
appoggiò il sequestro del personale dell'ambasciata americana nel 1980.
A un occhio esperto le prese di posizione della presidenza americana e
dei leader politici europei sono state caute e finalizzate a rendere
fruttuose le aperture del Presidente americano Obama verso la
leadership iraniana. È evidente che per gli USA sarebbe meglio trattare
con un conservatore islamico come Rafsanjani, interessato più al
mantenimento al potere della sua casta che non al rafforzamento
dell'immagine nazionalista del regime; è però altrettanto evidente che
il progetto di distensione in Medio Oriente, stella polare dell'attuale
politica americana prevede la necessità di relazionarsi con chi comanda
a Teheran, chiunque esso sia. I contrasti evidenti a riguardo dell'Iran
tra gli USA e il loro alleato israeliano sono spia di questa necessità
e del pragmatismo del neo presidente americano. L'Iran è necesaario
agli USA per pacificare l'Iraq e l'Afganistan, e la retorica roboante
di Amadhjnejad è un prezzo sopportabile per ottenere questo fine.
Per
quanto riguarda l'Italia, la preferenza per un’Iran stabile è più che
evidente nelle mosse di Frattini che fino all'ultimo ha sperato di
ottenere una presenza iraniana al G8 sull'Afganistan di Trieste.
D'altra parte la presenza economica italiana in Iran, grazie anche
all'assenza forzata di USA e Regno Unito dalla scena è una presenza
importante come forniture di merci e, soprattutto tecnologie. Non
dimentichiamoci che l'ENI è il partner prescelto dall'Iran per l'azione
di modernizzazione degli impianti di raffinamento del petrolio,
modernizzazione resa impellente dalla crisi della benzina, quando
l'Iran, uno dei principali produttori petroliferi del mondo, dovette
razionare la benzina causa insufficiente produttività dei suoi
impianti. In questo quadro deve essere analizzato il rapporto tra
l'Iran e un occidente sempre più vicino alla riconciliazione con
Teheran e disposto anche all'affermazione di questi come potenza
regionale in cambio di una sua fattiva collaborazione alla
stabilizzazione dell'area. Lo stesso ruolo pacificatore messo in opera
in Libano da parte di Hezbollah, partito sciita direttamente legato
alla fazione di Amadhjinejad, nonostante la sconfitta elettorale dice
molto di più sugli scenari in atto nell'area rispetto alle sparate
millenaristiche dell’“antimperialista” Presidente iraniano.


